Il Comune di Bronte

Bronte, ubicato sopra un pendio lavico nella zona nord ovest dell’Etna, domina la valle del fiume Simeto. Da qualunque parte si volga lo sguardo, si offrono al visitatore le immagini della colorita e varia campagna siciliana che, senza soluzione di continuità, collegandosi con i monti (Nebrodi e Etna) sembra proiettarsi verso il cielo.

Vuole il mito che il ciclope Bronte, figlio di Nettuno, sia stato il re ed il fondatore della città omonima. Padre Gesualdo De Luca, insigne storico brontese, nella sua opera “Storia di Bronte”, accreditando di sana pianta il mito sul palcoscenico della storia, si richiama ai celebri versi di Virgilio che rappresentano << i ciclopi Bronte, Sterope e Piracmon dalle nuda membra, che lavorano il ferro nel vasto antro dell’Etna >>.

Stando alle parole dello storico Benedetto Radice, non i ciclopi, ma Siculi e Sicani furono i primi abitatori della zona, intorno al VIII a.C., come testimoniato dalla presenza di cellette funebri a forma di forni rinvenute in territorio brontese; in seguito, di passaggio, vi furono eserciti romani, cartaginesi e siracusani. Divenuta uno dei principali centri di rifornimento di grano per Roma, la Sicilia, dopo la caduta dell’impero Romano d’Occidente, passò a far parte dell’impero d’Oriente.

Tra il VII e l’VIII secolo d.C. ebbero inizio le prime incursioni arabe che sfociarono nel secolo IX nell’occupazione dell’isola, di cui maggior importanza ha ancora oggi per l’economia brontese l’introduzione della pianta del pistacchio. Nell’anno 1040 il generale Giorgio Maniace, a capo di un esercito composto da truppe bizantine e normanne riuscì ad avere il sopravvento sull’esercito saraceno, che venne quindi cacciato da queste zone. La regina Margherita di Navarra, a ricordo della brillante vittoria della Cristianità sugli infedeli, fece edificare nel 1173 un monastero che affidò ai Padri benedettini.

Nei secoli seguenti, dagli Svevi agli Altavilla, dagli Angioini agli Aragonesi, fino ai viceré, fu un susseguirsi di soprusi e pesanti imposizioni fiscali.
L’atto di costituzione del Comune di Bronte è datato 1535, quando Carlo V riunì i 24 casali in un’unica università che denominò “Bronte”. Durante la dominazione borbonica, due furono gli avvenimenti di grande rilievo: nell’ottobre del 1778 veniva ultimata la costruzione del Collegio Capizzi, uno dei centri culturali più vivi di tutta l’Isola, fondato dal venerabile Ignazio Capizzi; il 20 gennaio 1800 il re di Napoli Ferdinando I donava l’Abbazia di Maniace, con l’annesso territorio, all’ammiraglio inglese Orazio Nelson, nominandolo “Duca di Bronte”, quale ricompensa per l’aiuto ricevuto nel corso della rivolta della Repubblica Partenopea.

Fu proprio la presenza degli eredi dell’ammiraglio inglese una delle cause dell’inasprimento delle tensioni sociali che sfociarono nei tristemente famosi Fatti di Bronte del 1860. Quell’anno, infatti, male interpretando lo spirito che animava la spedizione di Garibaldi in Sicilia, scoppiò un tumulto conclusosi con l’eccidio dei cosiddetti cappelli (i Brontesi di condizione economica più agiata). Garibaldi, più per tutelare gli interessi dei Nelson che per ragioni di ordine pubblico, spedì in Bronte Nino Bixio con una guarnigione; sedati i tumulti, si celebrò un rapido processo che portò, il 9 agosto del 1860, alla fucilazione, nella piazzetta antistante la Chiesa di San Vito, di cinque dei presunti capi della rivolta.

Il Vulcano Etna

Risalgono a circa mezzo milione di anni fa nella zona ionica della Sicilia, nell’immenso golfo che si estendeva tra i Peloritani e gli Iblei, le prime manifestazioni eruttive dell’Etna (il Mons-Gebel, “la montagna per eccellenza” degli arabi), di cui si conserva testimonianza nella zona di Aci Castello, Aci Trezza e Ficarazzi.
L’Etna con il suo confine litologico di 250 Km e una superficie di circa 1260 kmq, è il più grande vulcano attivo d’Europa; la sua altezza, in corrispondenza dei crateri sommitali, raggiunge la quota di circa 3.350 m, ma tale altezza è quanto mai variabile nel tempo in quanto l’attività esplosiva non è sempre di tipo “costruttivo”, ma talvolta può essere anche “distruttiva” con crolli e cedimenti delle pareti del recinto craterico.
L’universo vegetale dell’Etna si presenta caratterizzato da un insieme di fattori tra i quali ha un ruolo predominante la natura vulcanica della montagna. La flora del Parco, estremamente varia e ricca, condiziona il paesaggio offrendo continui e repentini mutamenti.
Sul vulcano vivono ancora oggi l’istrice, la volpe, il gatto selvatico, la martora, il coniglio, la lepre e, fra gli animali più piccoli, la donnola, il riccio, il ghiro, il quercino e varie specie di topi e pipistrelli.
Moltissimi sono gli uccelli ed in particolare i rapaci che testimoniano dell’esistenza di ampi spazi incontaminati. Aironi, anatre ed altri uccelli acquatici si possono osservare nel lago Gurrida, unica distesa d’acqua dell’area montana etnea. Nelle zone boscose è possibile intravedere la ghiandaia, il colombo selvatico e la coturnice che si mischiano ad una miriade di uccelli canori. Tra le diverse specie di serpenti, che con il ramarro e la lucertola popolano il sottobosco, l’unica pericolosa è la vipera. Infine, ma non per questo meno importante, vi è il fantastico, multiforme universo degli insetti e degli altri artropodi: farfalle, grilli, cavallette, cicale, api, ragni ecc. con il loro fondamentale e insostituibile ruolo negli equilibri ecologici.
L’idea della costituzione del Parco dell’Etna, per proteggere questo ambiente naturale straordinario ed unico in Europa, nacque nel corso degli anni ’60.
Fu, però, solo il 14 agosto del 1987 che venne costituito l’Ente di diritto pubblico per la gestione dell’area protetta, denominato Ente Parco dell’Etna con sede in Nicolosi (CT), primo parco a essere istituito in Sicilia.